4 dicembre 2020

Fraternità, solidarietà, gratuità

 Ugo Francesco Basso

L’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco è stata accolta con entusiasmo da alcuni, con sufficienza o aperta ostilità da altri. Ma questo significa – dice in un’intervista a Repubblica padre Bartolomeo Sorge rilasciata poco prima della sua scomparsa – che qualcosa nella chiesa sta cambiando davvero.


«Pur avendola scritta a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono, ho cercato di farlo in modo che la riflessione si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà», scrive Francesco al n 6 della sua terza enciclica - Fratelli tutti –, e dedicata a tutti quelli che credono ancora che un nuovo umanesimo, una società diversa, siano possibili, fondati sull’amore, forse la parola più ricorrente nel lungo documento.
L’enciclica si articola in 8 capitoli e 286 paragrafi: l’estensione è dovuta in parte al ripercorrere molti testi precedenti di Francesco, quasi una summa del suo pensiero e del suo operato nei sette anni del pontificato; in parte alla volontà di non limitarsi ad analisi ampie e indicazioni di principi, per dettagliare i comportamenti operativi con cui ciascuno può confrontarsi nel quotidiano, e per valorizzare la persona fino al singolo individuo: «Siamo stati capaci di riconoscere che le nostre vite sono intrecciate e sostenute da persone ordinarie che, senza dubbio, hanno scritto gli avvenimenti decisivi della nostra storia condivisa: [...] infermieri, addetti ai supermercati, personale delle pulizie, badanti» (55). Termini, credo, mai comparsi in documenti papali, salvo forse in qualche saluto alle categorie.
Nella prima parte Francesco indica alcune «tendenze del mondo attuale che ostacolano lo sviluppo della fraternità universale» (9). Mi limito a tre: la prima è la ricerca ossessiva degli interessi individuali, del consumo senza limiti, della ricchezza senza equità, che generano la società dello scarto e negano la dignità delle persone, che «vengono private della libertà e costrette a vivere in condizioni assimilabili a quelle della schiavitù» (24), siano migranti, siano donne a cui vengono negati i diritti, o anziani ammalati, particolarmente in questa stagione di pandemia: persone la cui vita viene trattata come un mezzo e non come un fine. La seconda è la manipolazione e la deformazione di parole come democrazia, libertà, giustizia, unità da parte dei mezzi di comunicazione sociale «per utilizzarli come strumenti di dominio, come titoli vuoti di contenuto che possono servire per giustificare qualsiasi azione» (14), per indebolire le identità dei più deboli rendendoli vulnerabili e dipendenti. «La libertà diventa un’illusione che ci viene venduta e che si confonde con la libertà di navigare davanti a uno schermo» (50). La terza è «l’indebolimento dei valori spirituali e del senso di responsabilità» (29) da cui le diffuse sensazioni di frustrazione, di solitudine e di disperazione che possono condurre alla violenza sociale o all’infelicità che toglie il gusto alla vita, da non perdere mai neppure quando una tragedia come la pandemia smaschera la nostra vulnerabilità e ci impone cambiamenti di stili di vita. 
Preludio alla parte maggiore e propositiva dell’enciclica è l’interpretazione della parabola nota come del buon samaritano, raccontata da Luca al capitolo 10. Un disgraziato viene abbandonato al bordo della strada da briganti che lo hanno malmenato. Gli passano accanto un sacerdote e un addetto al tempio, indifferenti, mentre un samaritano, appartenente a un popolo inviso agli ebrei e di cui neppure si dice che fosse credente, se ne prende cura accompagnandolo a un albergo e pagando le spese. Francesco propone una lettura simbolica: nei briganti è il male; nel ferito «è il popolo stesso e tutti i popoli della terra» (79), tutti gli uomini a cui sono sottratti la dignità, la salute, l’istruzione, lo stesso diritto di vivere. Nell’indifferenza dei due religiosi leggiamo «che il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace» (74). Il samaritano è ciascuno di noi, credente o no, e ci impone di «scendere dalla nostra serenità per sconvolgerci con la sofferenza umana [...] Vivere indifferenti davanti al dolore non è una scelta possibile» (68).
Tre i temi centrali della terza parte: dal riconoscimento dell’amore come fondamento della vita - «nessuno può sperimentare il valore della vita senza volti concreti da amare» (87) - scendono per un verso il recupero dei valori della rivoluzione francese – libertà, uguaglianza, fraternità -, precisando, però, che senza la fraternità gli altri due valori non sono garantiti; per un altro il ridimensionamento del valore della proprietà privata. Se è vero, come ricorda Francesco, che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto e intoccabile il diritto alla proprietà privata» (120), è altrettanto vero che neppure nelle encicliche che fondano il cosiddetto pensiero sociale della chiesa, è mai stata messa in discussione. Se Marx negava il diritto stesso alla proprietà privata considerata furto, Francesco ne nega l’intoccabilità in una società fondata sull’amore, per arrivare a concludere che, «se qualcuno non ha il necessario per vivere con dignità, è perché un altro se ne sta appropriando» (119). Soltanto «un’etica globale di solidarietà e cooperazione» (126) garantisce l’uguaglianza, indipendentemente da qualunque condizione di disabilità o di provenienza: non ci possono essere differenze nel diritto alla cura, sia da persona a persona, sia da parte delle strutture sociali mentre ciascuno deve essere guardato e valorizzato «nella diversità degli apporti che può dare»: occorre «imparare a vivere insieme in armonia e pace senza che dobbiamo essere tutti uguali» (100). 
In questa prospettiva Francesco accoglie anche il principio introdotto nel pensiero politico proprio da Lelio Basso, dei diritti dei popoli, il riconoscimento che non solo il singolo individuo è portatore di diritti, ma anche un popolo. Ne deriva una solidarietà non solo fatta di buona volontà, ma sostenuta da leggi atte a garantire a tutti il servizio di cui ciascuno ha bisogno: un servizio che «non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone» (115). Un significato operativo non lontano da quello che intende l’art 2 della costituzione italiana quando proclama che la Repubblica «chiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».
Dopo queste alte proclamazioni di principi, la quinta parte dell’enciclica, più dettagliatamente politica, offre una serie di suggerimenti operativi su cui ragionare per farne scendere istituzioni e comportamenti. Dalla costatazione che «purtroppo la politica spesso oggi assume forme che ostacolano il cammino verso un mondo diverso» (154) al riconoscimento della necessità della migliore politica per realizzare la fraternità con strumenti idonei al servizio del bene comune con la certezza che «anche nella politica c’è spazio per amare con tenerezza» (194). 
Rimossa la confusione fra popolare, cioè appartenente al popolo e di suo interesse, e populismo definito «abilità di qualcuno di attrarre consenso allo scopo di strumentalizzare politicamente la cultura del popolo» (159), il papa dà alcune indicazioni su che cosa si deve intendere per bene comune in una società e quali strumenti mettere in campo per governare una società così rinnovata: infatti «quando è in gioco il bene degli altri, non bastano le buone intenzioni» (185): innanzitutto l’obiettivo essenziale e irrinunciabile di eliminare la fame, seguito immediatamente da quello di garantire a tutti la dignità, che significa passare in tempi brevi dall’assistenza, indispensabile in certe situazioni, all’attribuzione di un lavoro, «dimensione irrinunciabile della vita sociale, perché non solo è un modo per guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere sé stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili dei miglioramenti del mondo» (162). Per realizzare questo modello di società occorre abbandonare l’idea che il mercato possa da solo risolvere tutto, perché non basta che pochi guadagnino, perché tutti partecipino delle ricchezze che eventualmente traboccano; e «la politica non deve sottomettersi all’economia» (177). Affermazioni lontane dalla pratica della storia della chiesa e che vanno a impattare sia sulla grande politica finanziaria degli stati, sia sui contratti di lavoro.
Fra i molti altri argomenti toccati, aggiungo la necessità dell’integrazione fra culture che valorizzi gruppi e istituzioni locali, a partire dalla famiglia, purché inseriti in una visione universale: non farsi spaventare dal diverso, da culture diverse che devono esser rispettate e mantenute nell’armonia della conoscenza reciproca e della collaborazione. Per questo mondo «diventa indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti ed efficacemente organizzate, con autorità designate in maniera imparziale mediante accordi fra i governi nazionali dotate del potere di sanzionare» (172). L’arbitrato sarà sempre alternativo alla guerra e occorre vigilare che l’autorità universale non diventi personale con il doppio rischio dell’omologazione dell’umanità e di una dittatura con un potere che nessuno nella storia ha mai avuto.  
E tutti i politici dovrebbero avere il coraggio di fare progetti sui tempi lunghi anche se «pensare a quelli che verranno non serve a fini elettorali» (178): ma siamo fuori dalla politica delle imposizioni ideologiche, dalle divisioni per interessi contrapposti, dalla ricerca di personali vantaggi. 
«Nessuno potrà possedere tutta la verità, né soddisfare la totalità dei propri desideri, perché questa pretesa porterebbe a voler distruggere l’altro negando i suoi diritti» (221): dunque dialogo, un dialogo che presuppone stima e rispetto, sempre condotto con la gentilezza che deve caratterizzare tutti i rapporti fra persona e persona, anche nella quotidianità familiare. Nella nuova cultura dell’incontro il dialogo deve costituire lo stile del rapporto fra persona e persona, un dialogo che non rifiuta nessuno, apprezza le differenze e riconosce che «anche gli altri hanno diritto a essere felici» (224). Dialogo sempre, anche quando si ha l’impressione che riconoscere la verità dell’altro possa mettere in dubbio le nostre certezze. Invece, proprio nella logica del dialogo «diventa possibile essere sinceri, non dissimulare ciò in cui crediamo, senza smettere di cercare punti di contatto, e soprattutto di lavorare e impegnarsi insieme» (203). Anche Internet, vigilando sui contenuti, spesso falsi e manipolati, è riconosciuto spazio di incontro e di solidarietà. 
La settima parte dell’enciclica è dedicata ai conflitti, inevitabili, che non possono essere esclusi in nessuna società umana: ma possono essere conciliati in nome di un bene superiore a vantaggio di tutti. Se non è possibile trovare suggerimenti per i singoli casi di conflitto anche oggi combattuti nel mondo, è possibile e doveroso costruire una mentalità di pace. Francesco riprende con sistematicità il suo pensiero sull’argomento largamente espresso in molti documenti e discorsi degli anni passati: al fondo ci sta il rapporto di fraternità fra le persone che costituisce lo sfondo di tutto questo lungo testo e una visione della pace che non è solo una questione militare e neppure politica. «C’è un’“architettura” della pace, nella quale intervengono le varie istituzioni della società, ciascuna secondo la propria competenza, però c’è anche un “artigianato” della pace che ci coinvolge tutti» (231). Mai da dimenticare i grandi orrori del passato né chi li ha commessi che deve essere chiamato a prenderne consapevolezza e a pagare, anche quando ci fossero individui così generosi da perdonare, ma il perdono può essere solo personale, mai collettivo. Non si può dimenticare la Shoah, non si possono dimenticare Hiroshima e Nagasaki «e tanti altri fatti storici che ci fanno vergognare di essere umani. Vanno ricordati sempre, sempre nuovamente, senza stancarci e senza anestetizzarci» (248). Sulla doverosa abolizione della pena di morte Francesco si è tante volte pronunciato: ma anche «l’ergastolo è una pena di morte nascosta» opporsi alla pena di morte, significa anche battersi «al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà» (268). 
L’ultima parte è dedicata alle Religioni al servizio della fraternità del mondo: secondo Francesco «la ragione da sola è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità» (272). Da questa considerazione deriva la responsabilità dei credenti e non solo dei cristiani: «le diverse religioni non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini » (277) e i credenti di tutte le religioni sanno che «rendere presente Dio è un bene per le nostre società» (274). Questo alto compito non ignora le violenze e gli odi scatenati nel corso della storia, e neppure oggi dissolti, proprio dai conflitti fra religioni e anche fra cristiani: «queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi» (285), mentre «la violenza fondamentalista viene scatenata in alcuni gruppi di qualsiasi religione dall’imprudenza dei loro leader. Tuttavia il comandamento della pace è iscritto nel profondo delle tradizioni religiose che rappresentiamo» (284). Prima delle preghiere conclusive, un richiamo all’appello lanciato a conclusione dell’incontro di Abu Dhabi, del 4 febbraio 2019 e più volte citato, nel quale Francesco e il grande imam Ahmad Al-Tayyeb «dichiarano di adottare la cultura del dialogo come via, la collaborazione comune come condotta, la conoscenza reciproca come metodo e criterio» (285).
Una grande utopia, certo: ma una visione incoraggiante che offre indicazioni per vedere lontano: molte le critiche contro un testo che, in nome dell’evangelo, rovescia posizioni e mette in discussione poteri e meccanismi economici che la stessa chiesa ha sostenuto. Non mancano affermazioni discutibili, soprattutto inapplicabili o comunque insufficienti: condivido, per esempio, con la pastora Lidia Maggi, che l’enciclica sarebbe stata più credibile con qualche riferimento alle tensioni all’interno della chiesa cattolica. Ma è ben chiaro l’orizzonte evangelico in cui prende forma una società fondata sulla solidarietà, sull’amicizia, sull’economia dell’equità e sulla dignità, sul rispetto dell’ambiente per la costruzione dell’umano integrale attribuendo a ciascuno le sue responsabilità. Chi ne prende le distanze in larga parte o in toto forse si colloca in orizzonti diversi: forse pensava che l’evangelo fosse altra cosa e considererà eretico Francesco, come da anni molte centrali ostili a questo pontificato. Mi auguro piuttosto che chi condivide o addirittura se ne dichiara entusiasta, sappia prendere decisioni coerenti, siano laici, preti o vescovi.

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