14 ottobre 2022

Milano, capitale delle diseguaglianze

Gianni Barbacetto

Mentre il centro di Milano è sempre più ricco, i quartieri periferici sono sempre più poveri. A farla da padroni il settore immobiliare e le grandi opere, il “modello Sala”, che ben poco si differenzia dai suoi predecessori (Il fatto quotidiano, 21 aprile 2022)


Milano è, contemporaneamente, la città più ricca d’Italia e la capitale delle diseguaglianze. Chissà se affronteranno questo tema nella rutilante 6 giorni indetta dal Comune dal 26 aprile al 2 maggio e intitolata “Milano città giusta”. Mi candido a partecipare, con un intervento sulla “città ingiusta”, dove i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Ne ho titolo, essendo cresciuto a Quarto Oggiaro, via Lopez 4, scala A quarto piano, il quartiere ultimo nella classifica dei redditi medi annui (con 17.628 euro) in una metropoli dove il reddito medio pro capite è di 31.778 euro, il più alto del Paese, ma con diseguaglianze profonde: la media dei redditi è attorno agli 80 mila euro in centro, con picchi di 88 mila a Brera-Castello (dove per caso abita il sindaco Giuseppe Sala), seguita da Citylife-Pagano (72 mila) e Sant’Ambrogio-san Vittore (68 mila). Le periferie stanno invece tutte sotto i 23 mila: via Padova, Baggio, Barona, Gratosoglio, Bovisa, Farini, Dergano, Villapizzone – e via via, scendendo di reddito – Crescenzago, Affori, Comasina, Forze Armate, Bisceglie, fino al record (negativo) della mia Quarto Oggiaro. Ce lo dicono i dati diffusi ora dal ministero dell’economia, che disegnano una mappa impressionante della città (cercatela sul sito del Corriere della Sera). Ancor più impressionante la tendenza nel confronto tra 2020 e 2019. C’è stato a Milano un calo medio di 2 punti, ma con una crescita straordinaria (più di 1.000 euro!) dei redditi medi nelle zone più ricche, Brera, Castello, Sant’Ambrogio, Citylife, Pagano; più moderata (500 euro) in aree semicentrali come Porta Venezia, Dateo, Buenos Aires, Lambrate. Il calo è stato invece generalizzato nelle periferie, con un risultato preoccupante (-830 euro medi!) a Gallaratese-Lampugnano.
 
TUTTA COLPA DEL COVID, diranno i Soloni. Invece è l’effetto del “Modello Sala”: grandi opere più dittatura dell’immobiliare. Su questa Milano, strutturalmente costruita per generare disuguaglianze, piovono oggi la 6 giorni consolatoria su “Milano città giusta” (sembra propaganda di guerra) e, contemporaneamente, i tagli del Comune che nel bilancio previsionale 2022 congelerà 200 milioni. Di questi, ben 49,7 saranno tolti a welfare e salute; 20 a scuole ed educazione; 16 alla cultura. A essere ulteriormente penalizzati saranno dunque i più poveri. Oltre che del destino cinico e baro (cioè del Covid), la colpa è di Mario Draghi – ha dichiarato Sala – che nel 2022 non vuole più dare ristori a Milano, come invece avevano fatto i governi nel 2020 (478 milioni) e nel 2021 (467 milioni). Il manager vincente alla guida della locomotiva del Paese si è trasformato in un amministratore costretto ad andare a Roma “con il cappello in mano”. Eppure Milano continua a essere in pieno boom immobiliare. Nel “Modello Sala”, però, ad arricchirsi sono i fondi (per lo più stranieri) che investono in residenze di lusso, uffici e spazi commerciali. Affari milionari di cui torna poco al Comune, che continua a far pagare gli oneri di urbanizzazione più bassi d’Europa.
 
Nel “Modello Sala” c’è anche il rischio che l’attuale crisi di bilancio possa essere presa a pretesto per vendere e svendere pezzi del patrimonio comunale. Non solo lo stadio Meazza che i fondi esteri vorrebbero abbattere, ma anche l’“argenteria” delle partecipate. A2a (energia) ha già venduto la sua sede storica, senza gara. E Atm (trasporti) oggi è in rosso e domani potrebbe affrontare con difficoltà – e magari perdere, a beneficio di operatori esterni e fondi internazionali – la prossima gara europea per la gestione del trasporto pubblico nell’area metropolitana. E non è che qualcuno, proprio esibendo i conti in rosso, sta preparando il terreno?
 

 

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